Viviamo immersi in un flusso costante di contenuti digitali.
Notizie, post, reel, video, articoli, meme, opinioni. È tutto lì, a portata di mano. Sempre. Eppure, più ne abbiamo, più ci sentiamo saturi.
Scrolliamo con fame ma non ci sentiamo nutriti. Anzi, spesso ci sentiamo più nervosi, distratti, ansiosi.
Ci comportiamo come se l’attenzione fosse infinita. Come se potessimo concederla a qualsiasi cosa, senza conseguenze.
Ma non è così.
L’attenzione è una risorsa finita (e oggi è in crisi)

La realtà è che noi, tutti noi, pensiamo di riuscire a stare contemporaneamente su più fronti. Lavorare con una scheda aperta su LinkedIn, una notifica WhatsApp, un reel in sottofondo e un pensiero che torna al post che ci ha fatto arrabbiare dieci minuti prima.
Il problema? L’attenzione non regge. Non è fatta per tutto questo.
Come dice il filosofo Matthew Crawford,
“La mente non è un luogo privato. È un ambiente fragile che va protetto.”
E se non siamo noi a proteggerla, lo farà qualcun altro — per i propri scopi. Spoiler: si chiama algoritmo.
L’algoritmo non è neutrale
L’algoritmo social non premia il contenuto migliore. Premia quello che cattura. Il più emotivo, il più divisivo, il più urlato.
Piattaforme come TikTok, Instagram, Facebook o X non ci mostrano il “meglio” — ci mostrano quello che ci fa restare. E spesso ciò che ci tiene incollati è ciò che ci agita, ci irrita, ci accende.
È come un buffet infinito in cui tutto ha il sapore di patatine fritte: facile, immediato, irresistibile. Ma dopo un po’, resta solo la sensazione di vuoto.
Serve una dieta mediatica più umana
Proprio l’altro giorno scherzavo con mio padre che sta imparando adesso a non aprire quegli articoli dai titoli assurdi tipo “Bufera artica in arrivo a Ferragosto – Scopri dove nevicherà”, perché ha capito che alla fine non nevica mai. Il problema è che questi contenuti acchiappa click acchiappano davvero e non certo con finalità divulgative.

Come per il cibo, anche nel digitale possiamo sviluppare una particolare attenzione ma soprattutto un gusto, una sensibilità, una soglia di qualità.
Non serve tornare a essere analogici. Non si tratta di sparire dai social o smettere di leggere notizie.
Si tratta di scegliere meglio. E con più intenzione.
Una dieta mediatica consapevole significa:
- Selezionare fonti affidabili e contenuti “nutrienti”.
- Darsi momenti veri di pausa.
- Allenare la lentezza e la profondità.
- Smettere di reagire a tutto (anche solo con un like).
- Ritrovare il piacere di contenuti complessi, anche se meno immediati.
Qualche domanda da farsi, prima di cliccare
- Questo contenuto mi informa o mi intrattiene?
- Questo contenuto mi fa arrabbiare o mi innervosisce? E allora perchè ne fruisco?
- Dopo averlo consumato, mi sento meglio o peggio?
- A cosa sto rinunciando per restare qui (concentrazione, tempo, energia mentale)?
- Chi lo ha creato? Perché?
- Merita davvero la mia attenzione?
Coltivare un’ecologia dell’attenzione
Non si tratta solo di proteggere se stessi. Scegliere con cura a cosa dedichiamo il nostro tempo è anche un gesto culturale.

Perché se premiamo ciò che ci stimola senza nutrirci, gli algoritmi continueranno a darcene sempre di più.
Ma se iniziamo a cercare (e premiare) contenuti di qualità, possiamo influenzare — almeno un po’ — l’ecosistema.
L’attenzione è il nostro bene più fragile. E anche il più politico.
Difenderla è un atto di cura verso di sé, ma anche verso gli altri.
In sintesi
Non tutto merita uno scroll. Non tutto merita un click. Non tutto merita di entrare nella nostra testa.
Allenare una dieta mediatica più umana significa scegliere, disattivare il pilota automatico, rispettare la propria soglia cognitiva. E l’estate, con il suo sapore di libertà e tempo lento, è il momento perfetto per cominciare. E tornare a gustare contenuti che lasciano qualcosa, non solo che passano.

Prossimo passo?
Nel prossimo articolo, vorrei scrivere di come allenare l’occhio al bello anche online: un’estetica dei contenuti digitali che ci aiuti a distinguere, selezionare, e costruire un feed che ci somigli davvero.
Un piccolo vademecum critico per uno scroll più consapevole.
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Ah, se ti interessano i temi della disintossicazione digitale puoi seguire Eleonora C. Caruso e la sua newsletter Il Carusello su Substuck…






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