“Prenditi cura di te.”
Tre parole piccole, gentili, quasi sussurrate — che negli anni sono diventate un imperativo urlato a caratteri cubitali, incorniciato da filtri beige e tazze di tisana con la foglia di menta strategicamente posizionata.

Ma prendersi cura di sé non è mai stato un gesto da manuale. Non è un elenco di cose da fare né una strategia di comunicazione personale.

È, semmai, una forma di ascolto. E l’ascolto richiede silenzio, lentezza, disponibilità a cambiare idea — su di sé, sul proprio tempo, perfino sul concetto stesso di “benessere”.

E, allora, ecco che ci ritroviamo in un’epoca in cui il self-care non è più una parentesi quotidiana, ma una vera e propria industria. Dalla meditazione alle acque infuse, dai rituali skincare con nomi impronunciabili ai corsi di “empowerment consapevole”, ci viene detto che dobbiamo migliorare. Sempre.

Ma migliorare verso cosa, esattamente?

Il benessere performativo

Viviamo in un’epoca in cui anche il benessere è diventato prestazione. Se non documenti il tuo momento detox su Instagram, sei sicuro di averlo davvero fatto? Se non condividi la tua sessione di yoga o la tua ciotola di avena decorata come un’opera d’arte giapponese, sei veramente in ascolto del tuo corpo?

Il benessere è diventato un palco. Ma a furia di mostrarci in equilibrio sulla nostra app di meditazione, rischiamo di perdere l’equilibrio nella vita vera.

Eppure, prendersi cura di sé dovrebbe avere più a che fare con lo stare — e meno con il dimostrare.

Il paradosso del “benessere obbligatorio”

C’è un sottile paradosso che serpeggia sotto la superficie: ci stressiamo per essere rilassati. Pianifichiamo con rigore i nostri momenti di relax, li incastriamo fra call, impegni, supermercato e senso di colpa. Il self-care diventa l’ennesima voce nella to-do list, che ci fissa con disapprovazione se non la spuntiamo.

Ma il benessere non è una casella da flaggare. È un modo di vivere. Ed è diverso per ciascuno di noi. Non serve che sia fotogenico. Non serve nemmeno che sia efficace per l’algoritmo. Basta che sia nostro.

Riscoprire il piacere del poco

Forse la risposta sta lì, nelle cose piccole. Quelle che non finiscono sui social, ma che scaldano il cuore: una camminata senza meta, una chiacchierata lenta con un’amica, un caffè che sa di casa. Un momento di silenzio. Una pagina letta per il solo piacere di leggere, senza obiettivi né hashtag.

Prendersi cura di sé potrebbe voler dire anche non fare nulla. Restare fermi. Respirare. Non dover spiegare. Non dover sembrare. Solo essere.

Il caffè come metafora (e come scusa)

C’è una cosa che non tradisce mai: il caffè. Non serve il tappetino da yoga, né il filtro “valencia”. È lì, semplice, concreto. Ti dice: siediti. Ascolta. Respira. Annusa. A volte, è un momento di solitudine rigenerante. Altre, è un pretesto per vedersi, raccontarsi, stare insieme.

È la nostra forma quotidiana di self-care non urlato, ma vissuto. Un gesto antico, ripetuto, pieno. Un piccolo rito che non ha bisogno di essere spiegato, solo assaporato. Sì, certo, vale anche per il tè.

Conclusione: rallentare per ritrovarsi

In un mondo che corre e che ci vuole performanti anche nel relax, rallentare è un atto rivoluzionario. E scegliere il proprio benessere — quello autentico, imperfetto, disordinato ma vero — è forse la più grande forma di cura.

Quindi oggi, invece di scrollare consigli su come essere più zen, prova a sederti con un caffè in mano.

Guarda fuori dalla finestra. Respira. E chiediti, con gentilezza: “Di cosa ho davvero bisogno adesso?” La risposta, probabilmente, non la troverai in un’app. Ma in te.

Io, per esempio, in questo momento ho indubbiamente bisogno di:

  • tempo lento per fare le cose senza correre
  • natura, per riempirmi gli occhi di verde
  • tempo per leggere romanzi che mi catturino
  • tempo per studiare e approfondire quello che mi interessa
  • tempo per mangiare sano
  • tempo per le relazioni affettive e amicali
  • tempo per godermi un bel film, in silenzio
  • massaggi rilassanti

E tu? Di cosa hai davvero bisogno? Scrivilo, se ti va. Anche solo per te. Oppure, se vuoi condividerlo, raccontamelo nei commenti. Potremmo scoprirci molto più simili di quanto pensiamo.

P.S. Nel dubbio, prendersi cura di sé può anche voler dire spegnere il telefono, mangiare una fetta di torta senza farci una foto… e rinviare (di nuovo) l’iscrizione al corso di pilates delle 6 del mattino. Ma con grande consapevolezza, eh.

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